No, non è vero che l’Ortobene
possa paragonarsi ad altre
montagne;
l’Ortobene è uno solo
in tutto il mondo:
è il nostro cuore, è l’anima nostra,
il nostro carattere, tutto ciò che vi è 
di grande e di piccolo,
di dolce e duro ed aspro
e doloroso in noi.
                          
                            Grazia Deledda

Sono passati più di tre mesi da quando ho deciso di correre in totale armonia con le sensazioni. Dopo diverse settimane di corse nei percorsi campestri fuori da Nuoro, la scelta cade immancabilmente sul Monte Ortobene. Non sono pochi i percorsi poco frequentati e che conservano antichi ricordi del primo insediamento della città di Nuoro. I percorsi che prediligo sono quelli più aspri, più ripidi, irregolari e con il fondo che crea difficoltà anche alla semplice camminata.    

Per rendere un po’ l’idea ho scattato qualche foto nei rari momenti di pausa per riprendere fiato.

Sin dai primi metri della corsa su questi terreni cerco di avere un monitoraggio completo delle sensazioni. Correre senza una condizione ottima può trasformarsi facilmente in un’avventura oltre i normali limiti di sicurezza. Per cui cerco di verificare eventuali dolori, problemi muscolari, tendinei o altro. 

Dopo i primi metri dedicati al monitoraggio e dopo un buon riscaldamento si parte a tutta. Da qua in poi devo solo equilibrare le forze in base alla lunghezza dell’uscita. Questo tipo di corsa la effettuo da solo, per tutto il resto ci penserà la montagna. E’ d’obbligo riuscire a diventare tutt’uno con la conformazione del terreno, le asperità e quant’altro.    

Solo così ci si può lasciare andare. Mi piace la sfida e questi sono momenti bellissimi, incantevoli, così come le bellezze del paesaggio.

Ogni tanto il piede sprofonda nel terreno umido, qualche volta bagnato. Porto sempre qualche paio di calze di ricambio e qualche maglietta asciutta che indosso quando arrivo al giro di boa prescelto.

Qualche volta il fondo si presenta scivoloso. Il piede sopra il granito umido non conosce scarpa che mantenga il giusto grip.

Ogni tanto attraverso alcuni tratti con terreno meno difficoltoso da percorre. Sono i momenti migliori per riprendere fiato in maniera regolare senza il rischio di inciampare o perdere l’equilibrio.

Altri percorsi sono ripidi in maniera esagerata ma per questo più consoni con la mia voglia di andare oltre. Per contro al rientro diventano discese pazzesche.

La discesa la faccio a tutta senza la possibilità di variare la traiettoria o voltarsi. Il cuore è a mille, non sento la fatica, il cocktail di sensazioni ed emozioni è molto forte.

Qualche volta l’orientamento mi tradisce, sbaglio strada e allora sono guai perché il tempo previsto si allunga e rischio di dover rientrare nell’oscurità, ma anche questo sarà uno dei prossimi obbiettivi. 

Appena avrò memorizzato i sentieri che percorro normalmente, mi divertirò con qualche puntatina al buio (una notte di luna piena), forse con qualche lampada frontale per emergenza.

Nella strada del ritorno vengo attratto da una roccia, scatto una foto. Sulla sinistra si intravede la sagoma di un volto. Favoloso.